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Oggi la sentenza sul caso “Vividown”. E perché siamo tutti coinvolti


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Entro il 2016 l'impatto dell'Internet economy raggiungerà nei paesi del G20 4.200 miliardi di dollari, equivalenti al 5,3% del Pil (fine 2010 era il 4,1% del Pil). E in Italia? Nel nostro paese il valore generato dall’Internet economy potrebbe arrivare a toccare i 63 miliardi di euro in quattro anni, con un valore pari al 3,5% del PIL. E pensare che soltanto nel 1985 veniva registrato il prmo dominio su Internet.

Non crescono solo gli utenti, cresce anche un'economia che si avvale della rete per lavorare, per comunicare, per fare informazione, per fornire un servizio ai cittadini. E come spesso abbiamo ricordato anche su questo blog la forza di Internet va ben oltre i numeri: pensiamo alle migliaia di persone che grazie alla rete hanno avviato una nuova attività. Start up con le quali ho spesso occasione di confrontarmi, per raccontarne i successi ma anche le difficoltà.

Accanto alle note positive ce ne sono altre più stonate, che potrebbero invece rappresentare un freno ulteriore al processo di digitalizzazione delle nostre imprese. Per fare un esempio che viene dalla cronaca di queste ore, pensiamo al processo d’appello che si sta svolgendo a Milano e che vede coinvolti tre manager Google accusati di violazione della privacy per un video caricato da alcuni studenti su Google Video nel lontano 2006.

I fatti sono noti e il pronunciamento è atteso proprio oggi venerdì 21 dicembre, ma è davvero limitante e fuorviante sostenere che nella sentenza siano in ballo soltanto Google e i suoi tre dirigenti chiamati in causa. Una sentenza d’accusa, infatti, contribuirebbe a riconfermare una situazione di incertezza giuridica e allontanerebbe imprenditori digitali e startupper che vogliono misurarsi con le nuove tecnologie. In realtà è in gioco la nostra rete, la capacità di creare imprese digitali sostenibili e di credere in un spazio libero e plurale.

Sul caso ecco cosa mi ha dichiarato l'avv. Giovanni Maria Riccio, docente dell’università di Salerno: “La vicenda ha un'implicazione molto più grande di quella che appare. I media internazionali stanno monitorando quello che sta avvendendo e molti accademici stranieri hanno sottolineato l'assurdità di questa pronuncia". Prosegue l'avv. Riccio: "Il corretto inquadramento della vicenda non può prescindere dalla direttiva sul commercio elettronico e dal relativo decreto di recepimento (il D.Lgs. 70/2003) dal quale risulta evidente come Google, così come tutti gli altri operatori che si limitano a svolgere un ruolo di mera intermediazione tecnica, non è tenuta a un controllo sulle informazioni trasmesse dai propri utenti”.

Speriamo dunque prevalga il buon senso. Ne riparleremo nelle prossime settimane. Il blog, infatti, si ferma per qualche giorno. Riprenderemo col 2013 raccontando la rete e le sue mille sfaccettature che ci appassionano da molti anni e che continueranno a farlo anche nel 2013.