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Ma basta un tweet per fare una social tv?

Thestream

Risposta, no. O meglio, non solo. Un tweet serve ad interagire, a dare visibilità ad una comunità che sempre più numerosa adotta applicativi di secondo schermo nel guardare la tv, a creare rimbalzi con la rete, a moltiplicare la partecipazione. C'è chi studia giustamente i numeri e il sentiment generato dai tweet, ed è cosa importante. 

Però occorre anche altro. E altro significa lavorare in un'ottica di ecosistema digitale, facendo intervenire attivamente le community, portandole dalla rete alla tv attraverso un uso più evoluto dei devices mobili. Significa creare ingaggio vero. Significa alzare l'asticella. Come ho avuto modo di dire nel corso del panel sulla social tv alla Social Media Weeek di Milano, occorre che gli operatori della comunicazione investano sulla social tv. E occorre che il pubblico venga maggiormente alfabetizzato.

Il panel milanese è stato introdotto da Kenyatta Cheese e ha visto la partecipazione del sottoscritto, di Carlotta Ventura (Telecom Italia) e di Matteo Cardani (Publitalia '80), moderati da Alessio Jacona.  Si è parlato delle community attive, addirittura di "makers" nell'accezione di users partecipi. E tutto questo fa sì che di fatto l'attenzione si sposti dagli effetti speciali televisivi di un tempo agli affetti speciali webvisivi, espressione della vera social tv.

Alzare l'asticella. Un modello di riferimento è il format The Stream di Al Jazeera English: qui l'utente entra nel programma, ne determina lo sviluppo, ne segna l'evoluzione. Non c'è scaletta o scalettone, ma un canovaccio di massima consegnato alla rete. Ecco, questa è la strada da intraprendere.

Sullla social tv segnalo il pezzo di Marta Serafini su Corriere.it (si chiede se davvero non siamo più soli a guardare la tv sul divano) e il pezzo si Federico Guerrini su Lastampa.it. Quest'ultimo racconta come Facebook stia entrando a gamba tesa nelle interazioni sincrone della social tv, con buona pace degli operatori del settore.